Chi ascolta i pesci quando piangono?
[Taccuini mediterranei] Il nostro mare ospita una vita straordinaria sotto la superficie. Il problema è che sotto la superficie non guarda quasi nessuno, se non per dominare.
In questo momento, mentre io scrivo e tu mi leggi, nel Mar Ligure ci sono balenottere comuni che si spostano verso i punti esatti in cui le correnti portano krill in superficie, punti che conoscono a memoria, che raggiungono ogni anno con una precisione che gli oceanografi hanno impiegato decenni a documentare. Nel Tirreno meridionale ci sono capodogli che cacciano calamari nel buio assoluto a un chilometro di profondità, trattenendo il respiro per un’ora. Nel Mediterraneo orientale ci sono zifi che scendono oltre i tremila metri - il record assoluto di immersione tra tutti i mammiferi - e che trascorrono oltre l’85% della loro vita in un mondo che non possiamo raggiungere.
Tutto questo accade adesso e sempre, nel nostro mare, a pochi chilometri dalla riva. E quasi nessuno lo sa. E quasi nessuno lo percepisce.
Henry David Thoreau si chiedeva: “Chi ascolta i pesci quando piangono?” Giuseppe Notarbartolo Di Sciara, etologo marino e autore di Meraviglie di un mare ferito, libro che ha ispirato questa puntata di Blu Mediterraneo, cita quella domanda e risponde: quasi nessuno. O quanto meno, non abbastanza.
Quello che succede sott’acqua è lontano dagli occhi, e quello che è lontano dagli occhi difficilmente diventa una priorità (come scrissi già in passato parlando di estrazione mineraria nei fondali marini). Ma la ragione più profonda di questa distanza non è geografica. È culturale.
Società che non conosciamo abbastanza
Il Mediterraneo ospita almeno venti specie di cetacei. Quello che sappiamo delle loro vite - e negli ultimi trent’anni la scienza marina ha accumulato conoscenze straordinarie - cambia completamente il modo in cui si può guardare questo mare.
I tursiopi vivono in gruppi organizzati: unità femminili formate da più generazioni (nonne, madri, piccoli) e unità maschili più piccole, di due o tre adulti. Le foche monache, endemiche di questo bacino, frequentano grotte isolate lungo le coste dell’Egeo, dove sopravvivono in pochi centinaia di individui dopo secoli di persecuzione organizzata dai governi costieri. I globicefali, con le loro società matrilineari stabili nel tempo, nuotano spesso in superficie con un’apparente placidità che nasconde, scrive Notarbartolo Di Sciara, “un lato combattivo”: sono stati visti affrontare capodogli molto più grandi di loro, senza indietreggiare.
Questi animali hanno strutture sociali complesse, relazioni che durano decenni, capacità di apprendimento trasmesse tra generazioni.
La stenella striata, la specie più diffusa nel bacino, viaggia in banchi di centinaia di individui con dinamiche interne che gli etologi ancora studiano. Il delfino comune - che nel Mediterraneo purtroppo non è più così comune, ridotto a poche sacche nel mare di Alboran e nell’Egeo - è un animale preciso, riconoscibile, con una storia di presenza millenaria in questo bacino. Quasi sparito a un certo punto della seconda metà del Novecento, per ragioni che la ricerca ha identificato in parte - la caccia sistematica, il declino delle prede, i contaminanti - ma mai del tutto.
Il punto non è l’incertezza residua della scienza. È che queste vite esistono, sono documentate, sono straordinarie e restano invisibili alla maggior parte di noi.
Il presunto mandato divino
L’autore del libro individua la causa di questa cecità in qualcosa di più antico della distrazione quotidiana. “Nessuna azione sarà davvero efficace”, scrive, “finché l’umanità continuerà a illudersi di essere un’entità separata dal mondo naturale, investita di un presunto mandato divino di conquistare, dominare e appropriarsi di ciò che le necessita”.
L’uomo moderno ha spinto i confini della conoscenza oltre il sistema solare. Ha costruito telescopi capaci di fotografare galassie a miliardi di anni luce. Discute seriamente di portare l’umanità su Marte. Eppure - e qui sta il paradosso che attraversa tutto il libro - i confini davvero rilevanti non sono mai stati spaziali. La vera questione, dice l’autore, non è la capacità di conquistare nuovi mondi: è la capacità di instaurare un rapporto con il proprio mondo che non porti alla rovina. Una questione dalla quale siamo ancora, con tutta la nostra tecnologia, profondamente lontani.
Questa hybris ha conseguenze misurabili. Per decenni, le reti derivanti - lunghe fino a dieci chilometri, calate di notte - hanno ucciso capodogli, delfini e stenelle insieme al pesce spada e al tonno per cui erano progettate: animali che finivano nelle maglie mentre dormivano in superficie, in un mare che di notte non guardava nessuno. Se facessimo sulla terraferma, agli alberi ad esempio, quello che faceva sott’acqua quella pesca, scrive giustamente Notarbartolo Di Sciara, ci sarebbe una sacrosanta sollevazione popolare. Le reti derivanti sono state vietate dall’Unione Europea nel 2002 - una vittoria reale, ottenuta dopo anni di mobilitazione scientifica e ambientalista - ma il meccanismo che le aveva rese possibili per così a lungo, ovvero l’idea che il mare fosse uno spazio separato, in cui le regole del mondo visibile non si applicassero, quello è rimasto.
La frattura che non vediamo
C’è un secondo livello del problema, più difficile da smontare. Nelle società mediterranee, osserva Notarbartolo Di Sciara, c’è una frattura strutturale tra chi ha una formazione naturalistica e chi governa, legifera, insegna, decide. La cultura dominante è quella umanistica. La conoscenza del mondo naturale - delle sue dinamiche, delle sue fragilità, dei suoi tempi - è minoritaria nei luoghi dove si prendono le decisioni che contano.
Questa divisione non è solo inutile, scrive. È controproducente. La mancanza di interesse per il mondo naturale tra i segmenti più influenti delle nostre società — politici, giuristi, giornalisti, educatori — sta alla base dell’inadeguatezza nel riconoscere l’urgenza delle crisi ambientali.
Il risultato, nel caso del Mediterraneo, è che sebbene quasi il 10% del bacino sia formalmente protetto, la superficie dove la pesca è effettivamente vietata si riduce allo 0,03%. Meno dell’equivalente di un quadrato con il lato di ventisette chilometri.
Il senegalese Baba Dioum aveva sintetizzato il meccanismo in una frase: “Alla fine conserveremo solo ciò che amiamo, ameremo solo ciò che capiamo e capiremo solo ciò che conosciamo”. Ogni anello della catena dipende dal precedente. Rompere la frattura tra cultura scientifica e vita pubblica è il passaggio che rende possibili tutti gli altri.
La tenacia cambia le cose
Eppure la catena funziona, quando si crea. E Notarbartolo Di Sciara, dopo trecento pagine di diagnosi lucida e a tratti sconfortante, ci tiene a dirlo.
Le stenelle striate si stanno riprendendo dall’epidemia di morbillivirus che le ha devastate negli anni Novanta, aggravata da inquinanti oggi riversati in mare in quantità inferiori grazie a normative più stringenti. Le foche monache mostrano segnali di espansione in alcune aree dell’Egeo, dove la persecuzione si è trasformata in protezione attiva e gli individui stanno tornando su coste che avevano abbandonato da decenni. Le tartarughe comuni (Caretta caretta) nidificano oggi in circa settanta siti lungo le coste italiane. Il numero di tonni rossi nel Mediterraneo è aumentato grazie a quote di pesca finalmente più aderenti alla biologia della specie.
“Non possiamo permetterci di lasciarci scoraggiare dalla sfida, per quanto immensa”, scrive l’autore. “Chi, se non noi stessi, può riuscire nell’impresa di cambiare la mente umana? Riuscirci sarà difficile, ma non impossibile. Ma per riuscirci dobbiamo tentare”.
Non è retorica. È la conclusione di chi ha osservato questi animali per decenni, ha visto le perdite, ha visto le riprese parziali, e ha scelto di non smettere.
E dunque… “Chi ascolta i pesci quando piangono?” Qualcuno. Più di quanti pensiamo, meno di quanti dovrebbero essere. Ricercatori, biologi marini, associazioni che lavorano da anni in condizioni di finanziamento precario. E quando qualcuno ascolta davvero, con la strumentazione giusta e la tenacia necessaria, le cose cambiano.
La domanda che il libro lascia aperta non è se il Mediterraneo possa sopravvivere alla nostra presenza. È se siamo disposti a smettere di trattarlo come uno spazio separato da noi - qualcosa da sfruttare, da attraversare, da contemplare a distanza - e cominciare a riconoscere che quello che succede a trenta metri di profondità riguarda anche chi non si è mai immerso in vita sua.
Il libro - Meraviglie di un mare ferito. Viaggio di un ecologo intorno al Mediterraneo. Giuseppe Notarbartolo Di Sciara ci regala un bellissimo viaggio tra i cetacei del Mediterraneo: capodogli, balenottere, delfini, foche monache. Scopriamo le loro vite, le pressioni che subiscono, le ragioni per cui continuiamo a perderli, ma anche i modi in cui li aiutiamo. Lo si legge per la precisione scientifica, ma anche per la lucidità con cui l’autore smonta la distanza che le nostre società hanno costruito tra cultura umanistica e mondo naturale.
La foto - Le stenelle volano, sì volano. E questa foto meravigliosa ne è la prova. Quando la natura è più bella e sorprendente di qualsiasi foto assurda fatta con l’intelligenza artificiale.
La notizia - Rete fantasma lunga 150 metri trovata sui fondali a Santo Stefano al Mare. Le reti abbandonate non smettono di pescare: intrappolano pesci, tartarughe, gorgonie per anni, e si frammentano lentamente in microplastiche. Un caso ligure che racconta un problema diffuso in tutto il Mediterraneo.
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