Il rifugio della lentezza e perché non possiamo permetterci di perderlo
[Cronache dal mare] Negli abissi del Mediterraneo ci sono ecosistemi che crescono lentamente per secoli. Ma stanno cambiando e le nostre scelte dovranno essere veloci.
Nelle profondità del Mediterraneo, tra i cinquecento e i mille metri sotto la superficie, dove la luce non è mai arrivata e le correnti si muovono al rallentatore, vive un animale a forma di candelabro che si chiama corallo bambù (Isidella elongata). Cresce di pochi millimetri all’anno. Le colonie più anziane possono avere quattrocento anni. Quattrocento anni vuol dire che alcuni di questi coralli c’erano già quando Galileo guardava le stelle, e ci sono ancora oggi, nel buio assoluto, dentro una corrente che non ha imparato a fermarsi.
Le foreste che formano - perché di foreste si tratta, anche se invisibili dalla superficie - sono uno dei luoghi più stabili che esistono sul pianeta. Ed è proprio per questo che un rapporto pubblicato ad aprile da MedReAct e Oceana, firmato dalle ricercatrici Emanuela Fanelli e Zaira Da Ros dell’Università Politecnica delle Marche, mette gli abissi del Mediterraneo al centro di una discussione che riguarda tutti. Il report “Deep-sea ecosystems of the Mediterranean Sea” dice una cosa insieme bella e preoccupante: quelle foreste sono uno dei più antichi rifugi climatici del pianeta, ma stanno smettendo di esserlo.
Cosa significa “rifugio climatico”
Climate refugia, dal latino e poi in inglese. La definizione tecnica parla di “aree caratterizzate da bassa velocità climatica e alta ricchezza specifica”. Tradotto: luoghi che cambiano lentamente, dove tante specie possono ripiegare mentre il resto si scalda. Sulla terraferma sono le foreste boreali e alcune catene montuose. In mare, sono soprattutto le grandi profondità.
Per decenni si è pensato che il mare profondo fosse al sicuro dalla crisi climatica, in quanto troppo lontano dalla superficie per essere toccato. Le ricerche recenti dicono il contrario. E per le specie degli abissi il problema è strutturale: non possono andare ancora più giù. Se il loro rifugio cede, hanno finito gli spazi.
Cosa sta succedendo agli abissi del Mediterraneo
Il Mediterraneo è un caso speciale e - purtroppo - in negativo. Secondo i rapporti MedECC, il bacino si scalda circa il 20% più rapidamente della media globale. Quello che vediamo in superficie - le ondate di calore marine degli ultimi anni, quella in corso a maggio 2026 con anomalie oltre i 5 °C - arriva fino in profondità con un certo ritardo, ma arriva.
I dati raccontano un riscaldamento delle acque profonde mediterranee di pochi millesimi di grado l’anno. Sembra nulla. In un ambiente che per millenni si è mosso di nulla, è un terremoto silenzioso. Le proiezioni climatiche stimano un aumento di mezzo grado, in alcuni scenari di un grado e mezzo, entro il 2100. Le acque diventano anche meno ossigenate e più acide. Le specie che ci vivono - lentissime, longevissime, con tolleranze termiche strette - si trovano a metabolizzare in un mare che cambia più velocemente di quanto sappiano fare loro.
I ricercatori hanno coniato un termine per questa sfasatura: sotto-adattamento. Le comunità ittiche profonde non stanno tenendo il passo del riscaldamento. Restano dove sono. Si svegliano dentro un mare che, sotto i loro sensori, sta diventando un altro mare.
Le foreste invisibili
I climate refugia non sono solo un concetto. Sono luoghi precisi. Nel Mediterraneo i ricercatori ne hanno identificati diversi. Sette province di coralli di acque fredde, tra i trecento e i mille metri: Bari Canyon nell’Adriatico meridionale, Santa Maria di Leuca nello Ionio, lo Stretto di Sicilia a sud di Malta, l’Alboran orientale (Cabliers Coral Mound), il Golfo del Leone con i canyon di Cassidaigne e Lacaze-Duthiers, il sistema di Capo Spartivento al largo della Sardegna, e più recentemente il Mar Ligure orientale.
Lì vivono coralli che il rapporto definisce ingegneri d’ecosistema e che costruiscono strutture tridimensionali che funzionano come rifugio, nido, area di caccia per moltissime altre specie. Nelle pianure sedimentarie sotto i cinquecento metri ancorano i loro steli soffici le pennatule di mare. E poi ci sono le foreste di spugne profonde che con un meccanismo chiamato sponge loop riciclano la materia organica, alimentando la catena alimentare degli abissi.
Tutti questi habitat hanno una caratteristica in comune: crescono lentamente, vivono a lungo, recuperano con difficoltà.
Il rapporto li definisce Marine Animal Forests, foreste marine animali, per la loro funzione analoga a quella delle foreste terrestri. Solo che invece di alberi sono animali. E invece di decenni, parlano in secoli.
A queste foreste vanno aggiunti i canyon sottomarini - il Mediterraneo ne ospita oltre cinquecento, una delle densità più alte al mondo - e più di duecento monti sottomarini, dei quali solo una piccola parte è stata mappata e studiata davvero.
Quando un rifugio incontra lo strascico
Il problema non è soltanto il clima. Sopra i refugia, ogni giorno, passa qualcosa di molto più veloce.
La pesca a strascico in acque profonde lavora con porte di acciaio che pesano dalle due alle cinque tonnellate ciascuna, trascinate sul fondo da reti larghe venticinque metri. Quando una rete del genere passa su una foresta di coralli vecchia di secoli, la spezza. Le piane sedimentarie vengono livellate. I sedimenti si sollevano e formano nuvole di torbidità che possono viaggiare decine di chilometri oltre l’area pescata.
Il rapporto documenta con precisione quello che succede nei luoghi più studiati. Nei canyon di Blanes e dell’Ebro, gli strascichi ripetuti hanno consumato gli strati superficiali del fondo, modificato la morfologia stessa dei canyon. Nei coralli profondi di Santa Maria di Leuca, le aree esposte alla pesca mostrano danni estesi e una complessità strutturale fortemente ridotta. Nei canyon balearici, gli studi raccontano un calo della biomassa di megafauna e una semplificazione della rete alimentare.
Una specie su tutte racconta questa erosione, il corallo bambù di cui ho parlato all’inizio: una volta diffusa in molte aree profonde del bacino, oggi sopravvive in popolazioni sparse e a bassissima densità. L’IUCN l’ha classificata come in pericolo critico. È sparita dalle zone più sfruttate. Le sue colonie, capaci di vivere quattrocento anni, non possono ripartire in un decennio.
C’è poi un dato che rende il problema ancora più netto: gli ecosistemi che fanno da rifugio climatico restano resilienti solo se non sono esposti contemporaneamente ad altre pressioni. Quando lo sono, la capacità di funzionare da rifugio crolla.
Su questi abissi, intanto, si affaccia anche il rischio dell’estrazione mineraria nei fondali, di cui ho già scritto in passato.
Perché ci riguarda
Si potrebbe pensare che gli abissi del Mediterraneo siano una questione tecnica per biologi marini. In realtà ci riguardano molto da vicino, per almeno tre ragioni.
La prima è ecologica. I rifugi climatici profondi non servono solo alle specie che ci vivono. Servono anche a quelle pelagiche, di superficie, che con il riscaldamento si spostano verso il basso cercando temperature compatibili. Il mesopelagico - tra i duecento e i mille metri - e il batipelagico - tra i mille e i tremila - sono le zone dove possono ripiegare. Se anche queste si scaldano e si svuotano di ossigeno, dove vanno?
La seconda è climatica. Le foreste animali, le piane sedimentarie, le strutture carbonatiche dei coralli profondi sono uno dei più antichi serbatoi di carbonio della Terra. Lo immagazzinano. Anzi, lo seppelliscono nei sedimenti per secoli o millenni. Quando uno strascico passa, una parte di quel carbonio torna in colonna d’acqua, viene rimineralizzato, può finire in atmosfera. Le ricerche più recenti hanno cominciato a quantificare il fenomeno su scala globale. Ridurre lo strascico negli abissi non protegge soltanto i pesci: tiene il carbonio dove sta.
La terza è economica. Le foreste di Isidella, i canyon, le piane batiali sono habitat essenziali per i pesci: zone vitali per la riproduzione di specie commerciali centrali alla pesca mediterranea. Il nasello, il gambero rosso, il gambero viola, lo scampo. Ridurre quegli habitat significa, in qualche anno, ridurre quei mercati.
Cosa si può fare
Le ultime pagine del rapporto non dipingono un quadro disperato. Fanno l’esercizio meno spettacolare e più importante: indicano strumenti.
C’è una proposta concreta sul tavolo della GFCM, la Commissione generale della pesca per il Mediterraneo. Nel bacino esiste già un divieto di pesca a strascico sotto i mille metri. Si sta discutendo di estenderlo alle profondità tra i seicento e gli ottocento metri, dove sono concentrati i rifugi e le foreste animali. Gli studi pilota presentati al comitato scientifico della GFCM nel 2024 mostrano che gli impatti socio-economici di una simile estensione sarebbero contenuti, mentre i benefici per gli ecosistemi profondi sarebbero importanti.
C’è poi lo strumento delle Fisheries Restricted Areas (FRA), zone in cui la pesca viene regolata in base a obiettivi precisi di conservazione. È uno strumento che si adatta a contesti dove la mappatura degli habitat è ancora incompleta, come il caso mediterraneo.
E c’è un principio, che il rapporto richiama spesso: precauzione. Le esperienze di altre organizzazioni regionali - dall’Atlantico nordorientale all’Antartide al Pacifico meridionale - dimostrano che le misure precauzionali su larga scala funzionano, e funzionano soprattutto laddove i dati sono scarsi.
Aspettare di mappare tutto prima di agire significa, in un sistema lento come gli abissi, scoprire troppo tardi cosa abbiamo perso.
Mare lento, decisioni rapide
Gli abissi ci chiedono dunque decisioni in tempi compatibili con il loro funzionamento.
Un corallo bambù di quattrocento anni ha visto passare imperi. Sta vedendo passare ora una crisi che agisce in pochi decenni. La distanza tra i due tempi è la stessa che separa una buona decisione da una decisione tardiva. Estendere oggi un divieto di pesca da mille a seicento metri costa molto meno di quello che costerà domani provare a ricostruire una foresta cresciuta in cinque secoli.
C’è un’immagine, in queste pagine, che resta.
Quelle foreste animali erano lì da prima che noi sapessimo che esistevano. Hanno cominciato a essere studiate solo da qualche decennio. Hanno cominciato a essere protette ancora più di recente.
È strano pensare che la nostra prima vera relazione con loro abbia coinciso con la possibilità della loro fine. Però quella relazione può anche cambiare direzione.
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Lungo il percorso fa due cose insieme. Ricorda perché il mare regge la nostra vita anche quando non ce ne accorgiamo: regola il clima, produce ossigeno, ci fornisce cibo e materie prime. E mette in fila le domande che dovremmo iniziare a farci sul serio. Cosa abbiamo già perso? Cosa ci aspetta? Cosa mangeremo nel 2050? E sì, sono domande che riguardano anche chi al mare ci va solo d’estate.
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I tagli di Trump al monitoraggio degli oceani. Senza i dati statunitensi l’errore sulle stime globali di riscaldamento marino salirebbe del 163%. L’Unione Europea risponde con 92 milioni di euro per il programma OceanEye.
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